Sono tornato a collaborare con Andrea Ciraolo per parlare di Perplexity AI, lo strumento che ho reso il mio punto di ingresso quotidiano: fonti verificabili, Spazi tematici, il browser agentico Comet e un uso concreto anche fuori dal lavoro divulgativo.
Con Ciraolo ci eravamo già trovati davanti a una telecamera. Era il 2021 e spiegavamo come aumentare la velocità di connessione sfruttando il 4G (qui il video, per chi se lo fosse perso). All’epoca la FWA era ancora una scommessa e una SIM ben piazzata poteva salvare la giornata dove l’ADSL arrancava.
Sono passati anni. La fibra è arrivata in più case. Il 5G FWA ha cambiato lo scenario. Io e Ciraolo abbiamo trovato un nuovo motivo per rimetterci a chiacchierare, e stavolta parliamo di Perplexity AI. Uno strumento che uso tutti i giorni.
Perché ho smesso di partire da Google
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Faccio un mestiere in cui la fonte è tutto. Se sbaglio un dato su una delibera AGCOM o su un piano tariffario, in dieci minuti me lo fanno notare nei commenti. E vale anche in classe: se cito un dato Eurostat sbagliato durante una lezione di Geografia, gli studenti più svegli lo verificano prima ancora che io abbia finito la frase.
Perplexity mi ha risolto un problema che avevo con le IA tradizionali: l’incertezza sulla provenienza dell’informazione. Non è un chatbot che “immagina” una risposta plausibile. È un assistente con motore di ricerca incorporato. Sintetizza il web e mi mette sotto ogni paragrafo la citazione cliccabile. Se dice che un dato viene dal CNR, ci arrivo con un tap.
Non è infallibile. Il margine d’errore c’è, si aggira sul 10-15% nella mia esperienza, e il controllo umano resta obbligatorio. Ma partire da lì e verificare è molto più veloce che partire da zero fra dieci risultati sponsorizzati.
Non è solo una chat
La cosa che mi ha convinto non è la ricerca in sé. È cosa Perplexity ci costruisce sopra. Grazie agli Artefatti trasformo una richiesta in un output pronto: un Word, un PDF, un Markdown per il blog, persino una dashboard HTML.
Un esempio che racconto spesso: il mio MediaKit. L’ho generato caricando un CSV con le analitiche YouTube e chiedendo a Perplexity di costruirmi una pagina web presentabile. Il grosso del lavoro tecnico era fatto in pochi minuti. La rifinitura poi l’ho fatta a mano.
L’identità dell’IA la scelgo io
Nelle preferenze si nasconde la differenza vera fra risposte generiche e risposte tarate su di me. Ho impostato profili distinti in base al contesto. Il registro è cambiato subito.
La scelta più interessante però è quella del modello. Con Perplexity Pro passo da Sonar (il modello nativo) a GPT o ai modelli di Claude. Per la scrittura editoriale, quando devo produrre un articolo che finisce sul blog, uso quasi sempre Claude. La resa è più naturale.
Un dettaglio che nessuno spiega abbastanza. Se caricate documenti sensibili, andate nelle impostazioni privacy e disattivate la conservazione dei dati AI. È una spunta che dovrebbe essere obbligatoria per chi lavora nel pubblico.
Gli Spazi
Se dovessi indicare la funzione che ha davvero cambiato il mio flusso di lavoro, direi gli Spazi. Sono contenitori tematici. Dentro ci carico file di riferimento e imposto istruzioni permanenti.
Ho uno Spazio “Blogger telecom” che eredita il tono, la struttura H2, le regole SEO che uso su francescorenzo.com. Ho uno Spazio “Prof di Geografia” con le programmazioni, i libri di testo scannerizzati, il registro giusto per le mie classi. E poi ne ho altri, uno per ogni progetto attivo.
Nella barra di ricerca digito @ e richiamo lo Spazio giusto in un secondo. Basta questo per non riscrivere ogni volta chi sono e cosa mi serve.
Comet, il browser che clicca al posto mio
Con il Pro arriva Comet, un browser agentico basato su Chrome. La differenza rispetto a un browser normale è che Comet non si limita a mostrare le pagine. Le naviga. Compila. Clicca al posto mio, sotto la mia supervisione.
Due esempi che uso davvero. Gli chiedo di entrare in Google Classroom e preparare una bozza di compito con testo, link e istruzioni. Oppure, quando pianifico una trasferta dentro i confini nazionali, gli faccio spulciare Booking per hotel dentro budget e date, fino alla soglia della prenotazione. Il click finale resta mio. E questa cosa è importante.
Il trucco dei token
C’è una cosa che agli utenti gratuiti conviene sapere subito. Modificare il prompt originale è quasi sempre meglio che fare follow-up a raffica. Ogni volta che aggiungi una domanda in coda, l’IA rilegge tutto il contesto e consuma crediti. Se torni sul prompt di partenza e lo raffini, arrivi più dritto al risultato spendendo meno.
Sembra una banalità. A fine mese la differenza si sente.
Voce, immagini, tempi morti
L’app mobile è quella che uso di più fuori casa. L’assistente vocale è naturale al punto che ci si dimentica di parlare con una macchina. Lo interrompi, chiedi approfondimenti, torni indietro. In macchina, andando a scuola, ci ripasso i concetti che sto per portare in aula. Oppure me lo uso come palestra di inglese, facendomi correggere la pronuncia.
Sulle immagini Perplexity integra vari modelli generativi. In Italia capita che ci siano restrizioni regionali temporanee, piccoli glitch che poi si risolvono. Ma per una cover al volo di un video o di un articolo funziona bene, senza aprire una scheda in più.
Cosa mi porto a casa
Il paradigma è cambiato. Non cerchiamo più le informazioni. Le troviamo già confezionate. Il punto non è più sapere dove andare a guardare, ma cosa chiedere e come verificare quello che ti torna indietro.
E questo, chi fa il mio mestiere, dovrebbe iniziare a metterlo in conto sul serio.


